“STRINGIAMO UN PATTO”
Documento congressuale.
Congresso Nazionale Partito Socialista Italiano
Perugia, 9-10-11 luglio 2010.
Premessa
E’ nostra intenzione contribuire al dibattito congressuale, proponendo un patto tra differenti generazioni di donne e uomini. Avvertiamo il dovere di farlo proprio in funzione del ruolo che storicamente la Federazione della Gioventù Socialista ha rivestito, quello di un laboratorio di idee e un luogo di formazione per i futuri quadri dirigenti del nostro partito. A tal proposito vorremmo ricordare, nell’anno della sua scomparsa, un esempio per tutti noi: Leo Solari.
La nostra generazione è quella dei precari, dei non garantiti, degli sfruttati, degli emarginati, dei ricattati e per questo ha bisogno di voce. Ci riconosciamo in pieno nella dedica fatta da Elio Germano che, nel ritirare la Palma d’Oro, come miglior attore, all’ultimo festival di Cannes, ha voluto dedicare il suo premio “all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il nostro un paese migliore, nonostante la loro classe dirigente”. Non crediamo che i lavori congressuali, non si debbano basare solo sul mero confronto generazionale, e non ci interessa altresì, neanche porre in essere delle valutazioni che siano riconducibili a un conflitto tra generazioni. La nostra idea è quella di lanciare un appello a chi, come noi, ritiene non più rinviabile la necessità di trovare una soluzione, condivisa, alla crisi economica ed istituzionale che grava sull’Italia.
L’attuale crisi socio economica.
Nel nostro paese, una cappa sta togliendo il respiro, non solo a chi è genericamente e stupidamente definito “bamboccione”, ma parimenti a tutto un popolo di precari e non garantiti. Nell’ultimo rapporto Istat presentato alla Camera si legge: “è in atto un peggioramento consistente della condizione della fascia giovanile della popolazione, cioè delle persone con età compresa tra 18 e 29 anni". Si tratta di circa 7,8 milioni di giovani (13,1 per cento del totale), al cui interno s’individuano 2,5 milioni di studenti, 3,4 mln di occupati (di cui 287 mila inseriti in un percorso di studio) e 1,9 milioni né studenti né occupati”. Quando un paese condanna i suoi figli a subire questa pena, senza che alcuna colpa sia stata commessa, è l’intera comunità che ne soffre. L’essere relegati a vivere una condizione di adolescenza senile, senza che sussistano le condizioni affinché ogni individuo possa intravedere una propria resistenza libera e dignitosa,è un crimine di cui i governi degli ultimi anni, e di qualsiasi colore politico, continuano a perpetuare senza che nessuno s’interroghi sulle conseguenze che questo atteggiamento determinerà. Venti anni fà di questi tempi iniziava la fine dei regimi comunisti. Finiva una lunga fase storica, la guerra fredda, che ha caratterizzato anche negli aspetti minimali la vita di milioni di persone. L’abbattimento del Muro di Berlino, la notte del 9 novembre 1989, segnava l’inizio di una stagione caratterizzata da speranze ferme e determinate, almeno nelle enunciazioni, di realizzare un nuovo modello di vita. Ci fu chi, come il politologo Francis Fukuyama, si spinse a teorizzare la “fine della storia” intesa come raggiungimento della condizione ottimale di definitiva affermazione della democrazia e del suo corrispettivo economico rappresentato da uno sviluppo garantito dal modello capitalista, tesi espressa nell’omonimo saggio del 1992. La risolutiva sconfitta dei modelli totalitari e la loro trasformazione nel liberalismo democratico avrebbero permesso all’uomo di raggiungere definitivamente una condizione ottimale. Quel che è accaduto dal 1989 a oggi, è molto diverso, e quelle che erano speranze condivise, sono nella migliore delle ipotesi rimaste lettera morta. L’auspicio che le nuove generazioni avrebbero avuto la possibilità di condurre una vita migliore, di quella dei propri genitori era considerata quasi come un dato di fatto, la realtà odierna vede, invece, un ribaltamento di quell’ipotesi che non si è realizzata: sono i figli ad invidiare i padri e quest’ultimi molto spesso sono l’unico ammortizzatore per i primi. Il dato più sconsolante, da qualsiasi punto parta l’analisi, sembra essere che sia, quanto mai difficile immaginare un futuro capace di soddisfare i bisogni e le esigenze degli individui nati negli ultimi decenni.La questione in Italia assume proporzioni ben maggiori delle dimensioni europee o comunque occidentali. Globalmente la crisi economica iniziata nell’estate del 2008 ha determinato e determinerà una serie di costi sociali ed economici molto duri da affrontare, tali costi però nel Belpaese sono aggravati dal consolidamento di un atteggiamento che vede nelle classi dirigenti preferire la difesa delle rendite acquisite e dei privilegi presenti, piuttosto che investire nel futuro, rappresentato dai giovani. Che la cosiddetta questione generazionale in Italia esista e stia producendo effetti, non è più una vulgata.Tutto ciò è la constatazione del fatto che i giovani sono nel nostro paese una risorsa poco utilizzata,e nella migliore delle ipotesi quasi ignorata. Il confronto è negativo sia con le generazioni precedenti sia con i coetanei degli altri paesi occidentali. Nello specifico i giovani italiani sono quelli che: hanno i salari d’ingresso più bassi d’Europa, hanno il maggior debito pubblico ereditato dalle precedenti generazioni, hanno un sistema previdenziale iniquo (maggior divario di requisiti e trattamento pensionistico) rispetto alle vecchie generazioni. Inoltre la spesa per la protezione sociale, è un terzo inferiore alla media Europea. Infine, sempre comparando i dati italiani con quelli europei appare che le giovani generazioni italiane sono quelle che nell’economia del sistema paese contano meno dal punto di vista sociale, politico ed economico.
Welfare, precariato e mobilità sociale.
La flessibilità del mercato del lavoro, introdotta in Italia negli anni novanta come risposta alle esigenze di produttività nazionale, è presto diventata precarietà, lasciando una parte della forza lavoro ai margini, priva di certezze previdenziali, ma soprattutto impossibilitata a progettare il proprio futuro a medio - lungo termine. La causa è l’assenza di minime misure di sostegno al reddito per i periodi di non occupazione.Viene alla mente il discorso di Sandro Pertini riguardante lo stretto rapporto tra libertà e giustizia sociale “[...] Ma la libertà senza giustizia sociale, può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che vive nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero. [...]”. Questa non è la libertà che noi intendiamo. Più volte questa generazione di giovani ha trovato molteplici definizioni:generazione X, generazione mille euro, generazione né studia né lavora, (dallo spagnolo: ni estudia ni trabaja).Tali fenomenologie aiutano a percepire la perdita di speranza nel poter migliorare la propria condizione. Nell’ultimo Rapporto Italia pubblicato dall’Eurispes l’analisi per classi d’età di quanti considerino un problema la precarietà nei rapporti di lavoro è la seguente: il 33,5% per quelli di età compresa tra i 24 ed i 35 anni, e del 22,8% di quelli tra i 34 ed i 44 anni, percezione questa che passa in secondo piano per coloro d’età superiore ai 45 anni, a fronte di una maggiore attenzione verso la mancanza di lavoro. Un altro aspetto fortemente condizionante è quello del sostanziale blocco dell’ascensore sociale: un’indagine condotta da AlmaLaurea nel 2007, riguardante l’accesso alle professioni, offre dei preoccupanti spunti di riflessione. Dalla ricerca condotta appare un Paese dove la premiazione dell’eccellenza indipendentemente dalla situazione sociale di partenza dell’individuo (condizione necessaria per realizzare una società basata su un sistema di valori volto a connotarla come meritocratica in senso pieno) è sostanzialmente assente, infatti, dal rapporto emerge che il 43.9% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42% di quelli laureati in giurisprudenza ha un figlio col medesimo titolo di studio, così come il 40.8% dei farmacisti ha figli appartenenti alla stessa categoria, percentuali simili si registrano per ingegneri e medici. Tale ancoraggio alla classe di provenienza dei propri genitori vale purtroppo anche per i ceti agricoli, per la piccola borghesia impiegatizia e per gli operai. Una società ad alta mobilità sociale è garanzia di sviluppo ed è, ai fini del sistema paese, economicamente conveniente, al contrario quella italiana appare sempre più una società in cui si decanta la meritocrazia, ma non si applicano seri criteri di selezione del merito. L’istituzionalizzazione della “raccomandazione” non intesa come acceleratore per far emergere eccellenza e merito (così come accade nelle società meritocratiche), bensì come leva di controllo dell’accesso al lavoro e quindi come controllo della mobilità sociale (Dal rapporto Italia 2009: il 25% dei lavoratori di età compresa tra i 25 e i 34 anni ha trovato lavoro tramite conoscenze personali) opera un soffocamento delle opportunità dei figli di genitori appartenenti a classi più povere e mette in moto un sistema di squilibrio competitivo che danneggia sistematicamente i più deboli. Anziché equilibrare e favorire istruzione, mobilità sociale e meritocrazia, si preferisce intrecciare l’istituto della raccomandazione, del riconoscimento del merito ad una crescente importanza della corruzione. Il sistema educativo, vero motore di una società meritocratica, è l’unico strumento con cui poter affermare una modifica all’approccio culturale di una società, nonché l’unico perno su cui basare un modus pensandi capace di far assumere le responsabilità all’individuo, di creargli una coscienza civile, affermando i principi di onestà e deontologia; eppure questo però è da anni oggetto di riforme inconcludenti che hanno solo provocato progressivi deterioramenti. Una seria riforma del sistema educativo, in grado di realizzare le condizioni in cui siano premiati i più meritevoli, non è solo eticamente giusta ed economicamente conveniente, ma è anche l’unico modo per tentare di riaccendere la speranza. Quella che negli anni novanta, con le riforme attuate, è stata proposta come una società flessibile, mobile, dinamica, dal punto di vista sociale, economico, dell’offerta delle opportunità,si contraddice fin dalla radice con quella che poi effettivamente si è realizzata: una società rigida, bloccata in cui gli avvantaggiati per ceto e condizione economica, rimangono tali, mentre coloro che sono indietro, nemmeno se meritevoli, riusciranno a sollevarsi dalla loro condizione. La fotografia che meglio si addice alla società globalizzata in generale, e italiana in particolare, è quella proposta dal sociologo Zygmunt Bauman che spiega la post modernità come lo smantellamento delle sicurezze e l’annullamento di prospettive, sostituiti da una vita 'liquida' sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi ai criteri di consumo fini a se stessi. In sostanza dalla modernità solida del novecento si è passati a una sorta di “neo-feudalesimo” sociale. L’idea di correggere un’impostazione di pensiero in cui tutto è improvvisamente diventato merce: dalla salute, alla qualità della vita, alla pensione o al lavoro; in cui l’unico metro con cui misurare tutto è il PIL, inizia ad affermarsi in Europa. Ne è testimonianza la scelta da parte del Presidente Sarkozy di affidare ad economisti del calibro di Joseph H. Stiglitz e Amartya Sen, l’incarico di elaborare indicatori più raffinati, giacché la crescita economica non necessariamente è anche crescita civile, culturale e sociale. Anche chi vent’anni fa parlava di “fine della storia” come Fukuyama ha rivisto le sue posizioni: nel testo "L'uomo oltre l'uomo" pubblicato nel 2002 si rende conto che il progresso tecnologico e industriale ha determinato la disgregazione dell'ordine sociale, attraverso una trasformazione dalla precedente vita aggregata, basata su "comunità" fondate su vincoli di conoscenza, a "società" di estranei. L'industrializzazione, inoltre, ha marcato uno squilibrio più netto tra ricchezza e povertà. Il progresso tecnologico informatico ha creato una società della conoscenza di massa, accentuando sia la spersonalizzazione, sia la netta differenza tra chi partecipa e chi non partecipa a tali sviluppi. L’affermazione di processi di partecipazione secondo regole democratiche,e riaffermare i principi quali etica, correttezza, equità, sono l’unico approdo per reealizzare una società più giusta. Per far sì che ciò accada sarebbe necessario proporre, innanzi tutto, una rivoluzione nel rapporto tra rappresentato e rappresentante, una modifica in cui l’esercizio della democrazia sia effettivamente considerato e messo in condizione di realizzarsi e non solo pubblicizzato, con gazebo, primarie, assemblee di soci decise a tavolino. Nei partiti politici, nei sindacati, nelle associazioni di categoria, in ogni situazione in cui esiste un vincolo di delega alla rappresentanza, si dovrebbero mettere in moto sistemi di verifica dell’operato del rappresentante, elemento questo che permetterebbe un riequilibrio del rapporto nei confronti del rappresentato. Nella democrazia per delega, se il rappresentante non è mai messo in condizione di rendere conto ai propri elettori, ai propri tesserati, ai propri azionisti delle scelte operate in loro nome e per loro conto, non si fa altro che determinare una condizione in cui questo risponderà sempre e solo a sé stesso. Non è un caso che il nostro paese sia quello più gerontocratico in tutti i settori e soprattutto nelle istituzioni:deputati, sindacalisti, banchieri, capitani d’industria.Nella politica, nelle università, nell’imprenditoria, nel sindacato, nella pubblica amministrazione non è un caso che i cognomi siano quasi sempre gli stessi, come se il contesto in cui un individuo nasce o lo status familiare, siano garanzia per un radioso futuro, al riparo da ogni tipo di difficoltà, anche quella di dover lasciare un incarico nel momento in cui questo non sia stato svolto al meglio.
Il futuro del Socialismo.
Proprio in questo momento storico, e proprio nello scenario sopraccitato nel quale siamo costretti vivere, e con il quale convivere,l’ideale socialista non solo ha diritto di cittadinanza, ma fonda la sua stessa ragion d’essere. Ecco perché tutti noi auspichiamo una riaffermarsi del nostro partito. Le logiche che hanno caratterizzato la gestione del Partito in questi anni, sono logiche che forse andavano bene nel PSI della Prima Repubblica, con un partito da percentuali a doppia cifra. Il PSI in questa fase dovrà caratterizzarsi come partito aperto, in primo luogo in un’area di riferimento politico-culturale che gli è propria, e dalla quale non possiamo certamente prescindere. Il liberal-socialismo dovrà essere la nostra bussola, che ci indica la rotta per il rilancio di un rinnovato centrosinistra, il cui recinto non dovrà essere stabilito come mera somma di percentuali,o da alchimie preparate in laboratorio, ma attraverso una proposta politica che possa iniziare a risollevare le sorti di un Paese in declino. Dunque un rinnovato centrosinistra che come nella sua prima modulazione storica sappia essere realmente riformista. Questo è il ruolo che dovrà assumere un piccolo partito ma segnato da una grande storia. Questo ruolo, per essere esercitato richiede la massima espressione dell’autonomia del PSI. Il congresso di Perugia dovrà essere l’appuntamento deputato nel quale rinnovare il partito e i suoi gruppi dirigenti. Una riforma radicale nelle modalità di selezione, che sostituisca il principio della cooptazione (che ha prodotto effetti nefasti) a quello del merito. Chiediamo che il PSI si riformi dando modo ai suoi militanti e ai dirigenti di lanciare una sfida che vada al di là della mera tattica politica tutta rivolta al passato ed agli apparati. La sfida è tornare a rappresentare le istanze dei cittadini, coloro i quali vivono le condizioni del bisogno pur essendo portatori di merito. L’elaborazione programmatica dei socialisti del nuovo millennio, dovrà incentrarsi su una piattaforma in grado di dare risposte alle urgenze del nostro Paese, grazie anche a specifiche proposte che partano dalle amministrazioni locali.Proponiamo già da settembre che tutti i territori si impegnino a promuovere tre campagne tematiche su temi quali : Lavoro,Diritti sociali e diritti civili. Tre le parole d’ordine: coraggio coraggio coraggio. Coraggio nel lanciare una sfida, offrendo un progetto di riforma globale, che rimetta insieme tutti i pezzi di una società che vede sempre più affermarsi una sorta di darwinismo sociale in cui è sempre il più debole a perire. Coscienti che l’unica modalità di tutela dei diritti individuali consista nella realizzazione di un sistema di garanzie collettive, e che la negazione di tale sistema, porterà ad accentuare il conflitto dell’uomo contro l’uomo, e spetta proprio a noi socialisti far si che ciò non accada.
Questo è l’impegno che ci assumiamo noi under 40 del PSI, sottoscrivendo questo patto.
LUIGI IORIO
PIERLUIGI SERNAGLIA
ENZO MARAIO
MARCO RICCIO
DANIELA ROSATI
ROBERTO NIGRO
GIUSEPPE RAIMONDO
MARCO MONACO
LUCA BARAGATTI
GIUSEPPE POTENZA
ANTONELLA DI PUCCHIO
FRANCESCO MERINGOLO
RAFFAELE TANTONE
ANTONIO MATASSO
TIZIANA MEDICI
IVAN PUDDU
EMANUELA ZENONI
TONINO GIANSANTI
MARGHERITA TORRIO
GIOVANNI FRANCO ORLANDO
PATRIZIA MARCHETTI
ROSARIO GENOVESE
FRANCESCO CASTRIA
ALBERTO ROSSI