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Giovani Socialisti dal 1903

Centosei anni fa il socialismo italiano dava vita, a Firenze, il 6 e 7 settembre 1903, alla sua Federazione giovanile. Il socialismo di cent'anni fa aveva già raggiunto la comprensione che esistono differenze non riducibili alle differenze di classe, anche se intrecciate con esse. Molto si è scritto sulla scoperta della "differenza di genere", dalle suffragette al moderno femminismo, come elemento caratterizzante del discorso politico della modernità; ebbene, anche la "differenza generazionale", per quanto necessariamente mutevole e provvisoria, è sicuramente un'altra differenza da prendere sul serio per una politica efficace di emancipazione.

E' quindi uno dei connotati di modernità del socialismo l'"invenzione" di un movimento politico e giovanile assieme, il primo di molti che hanno avuto un loro peso nella storia del ‘900, un secolo che ha "inventato" la condizione giovanile, quando da sempre la vita degli uomini e delle donne vedeva una transizione brusca e precoce dall'infanzia alle fatiche e responsabilità dell'età adulta.

Nenni diceva che ogni generazione porta il suo speciale contributo alla storia del proprio Paese; in un secolo dovremmo contare, per convenzione, quattro generazioni, o forse dieci, secondo l'uso, di provenienza americana, di scandire con i decenni le mutazioni del costume nazionale e della vita sociale e politica (gli "anni 60", gli "anni 80"). Contare come se ogni decennio si verificasse un avvicendamento di generazioni è certo biologicamente assurdo, ma ha un suo fondamento nella percezione che nel ‘900 ogni decennio abbia avuto connotazioni proprie assai spiccate, e del resto con l'espressione "nuova generazione", si intende, nell'uso comune, proprio quel segmento, tra i 15 e i 25 anni, di nuovi arrivati sulla scena della vita pubblica, lavorativa, sociale.

I giovani socialisti del primo decennio del secolo furono sindacalisti rivoluzionari e massimalisti: erano in cattivi rapporti con le vecchie barbe riformiste. Il riformista Bonomi sfotteva i giovani "rivoluzionari pallidi", che criticavano moralisticamente la nascente passione popolare per lo sport (allora il ciclismo più del calcio); per l'esperto riformista, accusare di cedimento alla frivolezza borghese quei lavoratori che lui aveva visto anni prima indigenti e analfabeti, e che grazie alle conquiste operaie potevano finalmente concedersi i soldi e il tempo per lo svago, era un non senso, e aveva ovviamente ragione. D'altra parte, era inevitabile che la Federazione giovanile fosse "più a sinistra": se il socialismo era il futuro, i giovani "dovevano" essere più "avanti".

E un certo paternalismo dei riformisti non aiutava: per questi ultimi, i giovani dovevano più che altro diventare vecchi alla svelta, considerando la Federazione giovanile al massimo una "scuola quadri". I giovani massimalisti che presero ben presto la guida della Federazione, scongiurandone l'autodistruzione a cui l'avrebbe inevitabilmente condotta il nichilismo dei sindacalisti rivoluzionari, avevano ragione almeno in questo: per dirla in termini moderni, difendevano a modo loro un'autonomia generazionale.

I giovani socialisti di quegli anni (che, tra parentesi, si riconciliarono anche con lo sport, come testimoniano alcuni ordini del giorno successivi) furono protagonisti di almeno una battaglia politica importante: quella antimilitarista, in un'Italia in cui la memoria del Risorgimento andava degenerando in un nuovo nazionalismo irrazionale e pre-fascista, e in cui il servizio militare era per centinaia di migliaia di giovani un'esperienza durissima, che comportava privazioni gravi a loro e alle loro famiglie, compreso il rischio concreto di morire in qualcuna delle sciagurate imprese belliche dei Savoia, essendo ben viva la memoria della sconfitta di Adua e alle porte la guerra di Libia.

La catastrofe della prima guerra mondiale è sicuramente l'evento principale per quella generazione: il segretario nazionale dei giovani socialisti, Catanesi, venne spedito al fronte per toglierlo di torno e morì poco dopo, giovani massimalisti, come Arturo Vella, e riformisti, come Giacomo Matteotti, furono più fortunati, perché la loro inaffidabilità politica fece sì che venissero arruolati in reparti punitivi ma lontani dal fuoco. Da questo punto di vista, non sembra accettabile il famoso giudizio di Carlo Rosselli sulla gioventù italiana di inizio secolo, che sarebbe stata nazionalista, crociana, vociana e di tutto un po' ma non socialista. Quella di Rosselli semmai è una testimonianza dello stato della gioventù intellettuale di estrazione borghese, i "maledetti studenti" che dettero vita alle manifestazioni interventiste delle "radiose giornate", che già preannunciavano psicologicamente e anche negli atti lo squadrismo postbellico.

E' significativo che nella federazione giovanile di Reggio Emilia, cioè di una delle città dove più forte era la presenza socialista a livello popolare, risultasse iscritto un solo studente, Camillo Berneri; ed è significativo che con la guerra Berneri abbandonasse il socialismo, che non aveva saputo evitare la strage in trincea di mezzo milione di ragazzi, per rifluire su posizioni di intransigenza anarchica. E' intorno alla pace e alla guerra che si sviluppò l'azione generosa dei movimenti giovanili socialisti europei: ancora prima delle più famose conferenze di Zimmerwald e Kiethal, questi riuscirono ad organizzare in Svizzera una conferenza giovanile per la pace; ed è in questo nodo cruciale che si spiega il passaggio di molti giovani socialisti al comunismo.
La Federazione giovanile socialista italiana, che era ormai un'organizzazione strutturata, con una propria identità e con propri dirigenti, tra cui quel Tranquilli che poi sarà più noto come Ignazio Silone, passò praticamente in blocco a Livorno con il Partito comunista. Il trauma della guerra spiega questa conversione generazionale più del "mito sovietico". D'altra parte, un'organizzazione giovanile del Psi si ricostituirà immediatamente, per iniziativa dei giovani di Parma e di un altro futuro dirigente socialista destinato ad una bella storia personale, Fernando Santi.

Gli anni '20 e '30 furono, per dirla con la famosa definizione di Ruggero Zangrandi, quelli del "lungo viaggio attraverso il fascismo" per i giovani italiani inquadrati nelle strutture di regime. Shirer nella sua Storia del Terzo Reich ha messo bene in luce la capacità aggregante delle organizzazioni giovanili naziste, che offrivano - sfortunatamente - non solo indottrinamento ideologico ma vita all'aria aperta, opportunità di contatti con l'altro sesso, libertà dalle costrizioni familiari.
In molti paesi europei si svilupparono anche all'interno del movimento operaio esperienze di organizzazione dei giovani militanti (Falchi Rossi, Giovane Guardia) rivolte all'organizzazione "politicamente corretta" del tempo libero; con l'imbarbarimento della lotta politica che fu diretta conseguenza della violenza bellica e dei nuovi autoritarismi, socialisti e comunisti fecero a gara con nazionalisti e fascisti nell'organizzare veri e propri gruppi paramilitari di "autodifesa" con bande, uniformi, bandiere e poi anche armi.

In Germania e Austria, figure come Wilhelm Reich, sfidando nazisti e stalinisti assieme, consideravano questi gruppi giovanili come il pubblico ideale per la "sessuopolitica", cioè l'educazione e l'emancipazione sessuale, ma certamente le pressioni verso una sempre maggiore militarizzazione, la radicalizzazione dello scontro con le camicie brune e la crescente influenza dei modelli autoritari sovietici non andavano nella direzione sperata dal grande psicanalista libertario. Significativo e degno di essere ricordato e' il ruolo delle organizzazioni giovanili nel movimento sionista, che nell'Europa orientale e centrale era a larga maggioranza un movimento laico e di ideali socialisti.

Poi, per i giovani italiani, tedeschi, austriaci rimase solo il passo dell'oca, o l'eroismo individuale, come quello di Fernando De Rosa, giovane socialista torinese morto in Spagna con una formazione armata repubblicana spagnola (ed è giusto ricordare la quasi contemporanea fine di Berneri, da buon anarchico soppresso a Barcellona da agenti comunisti). La ricostituzione della Federazione giovanile socialista è però uno dei primi punti all'ordine del giorno sin dalla Resistenza: i primi due segretari nazionali della Fgsi del dopoguerra, Matteo Matteotti, figlio di Giacomo (1945), e Leo Solari (1947), provengono entrambi dal gruppo di giovani partigiani raccoltisi a Roma intorno alla figura di Eugenio Colorni, il filosofo ucciso nel 1944 durante un'azione clandestina.

La Fgsi è ancora "a sinistra" del partito, ma essere a sinistra nel 1947 significa essere diffidenti o apertamente contrari all'unità d'azione con i comunisti di Togliatti. Il Fronte della gioventù, che vuole essere l'organizzazione "democrática" dei giovani italiani di tutta la Resistenza appariva sempre più come uno strumento per l'egemonia comunista, un'egemonia che, per di più, sembra tutt'altro che rivolta ad esiti rivoluzionari, ma piuttosto a servire la strategia togliattiana di legittimazione del Pci nell'ordine esistente, dalla "svolta di Salerno" fino all'accordo costituzionale sul Concordato, senza le necessarie garanzie di intransigenza repubblicana e anticlericale richieste dai giovani socialisti.

La Fgsi rompe quindi il Fronte della gioventù, e a livello internazionale partecipa alla ricostituzione della Internazionale giovanile socialista (Iusy), abbandonando la Federazione mondiale della gioventù democratica, organismo creato durante la guerra in funzione antifascista ma dove oramai era impossibile la convivenza con i sovietici. Questi passaggi portarono alla rotta di collisione con Nenni (che nei suoi diari parla con fastidio di questi "giovani turchi"), che dall'esilio in Francia aveva portato con sé la convinzione dell'assoluta necessita' del "fronte popolare", ed all'adesione della Fgsi alla scissione di Palazzo Barberini (assieme a molti intellettuali e a capi partigiani socialisti).

Da questo momento, come per i partiti maggiori, il contributo dei giovani socialisti e socialdemocratici alla vicenda politica e sociale della Repubblica sarà inevitabilmente un contributo di minoranza. Curiosa la vicenda dei giovani che aderirono al Psli: se alcuni, più esperti, avviarono una dignitosa ma necessariamente marginale carriera politica nelle fila socialdemocratiche, la Fgsi come organizzazione, venne interessata da un'operazione "entrista" da parte della IV internazionale (trozkista), che vedeva nei giovani socialisti ribelli al comunismo di ispirazione sovietica un interessante terreno di infiltrazione. L'infiltrazione, purtroppo, riuscì così bene da portare nel 1948 un trozkista (Livio Maitan) alla guida dell'organizzazione, con il solo risultato di costringere il gruppo dirigente saragattiano a rinunciare ad una Fgs oramai inaffidabile e ingestibile, e ad accontentarsi di una piccola struttura di aspiranti quadri di partito.
Parallelamente, il Psi morandiano ricostituiva dopo la scissione una "sua" organizzazione giovanile che assunse, con una certa doppiezza linguistica, il nome di Movimento giovanile socialista, in nome di una dichiarata informalità antiburocratica che significava però di fatto tutto il contrario, cioè l'assenza di strutture organizzative autonome e la totale dipendenza dei giovani "morandiani" dalle decisioni del partito.

Il Psi degli anni 50, con autentico zelo suicida, scioglieva l'organizzazione sportiva socialista degli Assi (che confluirà nella Uisp a maggioranza comunista) e i Falchi Rossi: unica associazione per il tempo libero a disposizione delle famiglie italiane per i loro ragazzi rimarrà ben presto l'Agesci di marca cattolica. Ci vorranno più di dieci anni, la rottura con il Pci del '56, il centro-sinistra, perché i giovani socialisti si vedano praticamente costretti dal comitato centrale del Psi ad abbandonare la Federazione mondiale della gioventù democratica ai "cugini" della Fgci e al Komsomol sovietico per aderire finalmente alla Iusy, e non senza resistenza, dato che la maggioranza era ancora "carrista" almeno fino alla scissione del Psiup, che vide un'ulteriore diaspora di giovani leve socialiste di scuola morandiana verso il Psiup, il Pci o la fine dell'attività politica (non Vincenzo Balzamo, a lungo segretario giovanile "carrista" per poi approdare a posizioni riformiste, per concludere in modo amaro e immeritato la sua vicenda umana e politica con Tangentopoli).

Parallelamente, i giovani socialdemocratici nello stesso periodo in gran parte riconfluivano nel Psi attraverso il Muis.

In generale, possiamo dire che, per oltre 60 anni, i movimenti politici giovanili italiani erano stati fortemente interconnessi con le forze politiche organizzate del movimento operaio, dall'opposizione alla guerra di Libia passando per la Resistenza, e fino ai moti di Genova del 1960 quando, stupendo un po' le vecchie barbe della sinistra che diffidavano dei "giovani d'oggi" troppo interessati alle frivolezze della moda e dei consumi, i ragazzi con le "magliette a strisce" (erano di moda le strisce quell'anno) scesero in piazza per contestare il congresso missino e fare a sassate con la polizia. Il '68 segna una cesura: neanche il più numeroso e organizzato dei gruppi giovanili "ufficiali", la Fgci, potè attribuirsi il merito dell'esplodere della protesta studentesca e della nascita di un movimento giovanile spontaneo e molto radicale, e semmai disponibile a farsi guidare solo da gruppi dirigenti nati al proprio interno e ben intenzionati a mantenere la propria indipendenza costituendo organizzazioni nuove (da Lotta Continua ai vari "gruppuscoli" di quella che allora venne detta la sinistra "extraparlamentare").

Fino al 1966-68 i giovani quadri di partito avevano diretto senza troppa gloria organizzazioni di rappresentanza studentesca (l'Unione Goliardica Italiana, l'Unuri) nominalmente autonome dai partiti, e piuttosto autoreferenti e decorative che incisive: tra costoro si rintracciano nomi importanti delle stagioni politiche italiane successive, da Craxi a Pannella a Occhetto, e più di un testimone ha maliziosamente fatto notare come certi difetti "antropologici" della classe politica italiana, come il gusto della manovra e della conflittualità fini a sé stesse, potrebbero avere avuto in quell'esperienza qualche radice esistenziale. Fatto sta il '68 spazzò via queste forme di rappresentanza studentesca, per sostituirle con forme più esigenti e intransigenti di militanza, ma anche indiscutibilmente con una maggiore partecipazione ed un ben diverso impatto sulla società (dopo la fine dei grandi movimenti studenteschi, il problema di un'organizzazione studendesca rappresentativa, alternativa ai forti Cattolici popolari, simile per importanza all'Unef francese ed altre esperienze europee, è rimasto non risolto; i tentativi della Uil-giovani negli anni 80 e poi della Cgil con l'Unione degli Universitari di costituire dei "sindacati degli studenti" non sono andati lontano).

Il '68 giunse inaspettato, i giovani degli anni '60 erano chiamati dai moralisti del tempo, che ne stigmatizzavano le presunte tendenze egoistiche e consumistiche, la "generazione delle tre emme" (macchina, mestiere, matrimonio): ancora, una contrapposizione artificiosa tra i doveri della militanza e i piaceri della società dei consumi in piena fioritura, quando invece la richiesta di maggiori consumi, maggiori libertà individuali, maggiori piaceri aveva di per sé una valenza politica "di sinistra" che sarebbe piaciuta al vecchio Reich (come scoprì, piacevolmente sorpresa, la casa editrice di tendenza socialista Sugarco, che prese a vendere migliaia di copie del quasi dimenticato autore). La ventata fu tale che l'allora segretario giovanile comunista Occhetto propose di sciogliere nel "movimento" la Fgci (precedente che gli procurerà parecchie ironie al momento di proporre lo scioglimento del Pci nel 1990).

Nel '68 i giovani socialisti hanno comunque fatto, da forza di minoranza, la loro parte, in un movimento giovanile ampio e destinato a cambiare società e cultura in Italia: basti ricordare, a titolo di simbolo, Paolo Rossi, studente della Fgsi morto nel 1966, forse per incidente, ma comunque nel corso dei tafferugli provocati all'Università di Roma dai teppisti di Almirante. In fondo, l'unico morto del 68 (con lo studente anarchico Domenico Congedo, durante un attacco di fascisti a Megistero della Sapienza nel 1969), e una delle poche vittime, con pochi altri leader o militanti feriti in occasionali scoppi di violenza fascista o poliziesca, in uno movimento che fu essenzialmente pacifico almeno sino alla tragedia di piazza Fontana e ai fatti cupi e ancora parzialmente misteriosi (omicidi Pinelli e Calabresi, attentato alla Questura di Milano...) che vi si intrecciarono.

Certamente il '68 colse in controtempo il Psi: mentre si era nel pieno della faticosa unificazione con il Psdi, nella convinzione che l'esperienza del centro-sinistra avesse ben meritato agli occhi degli italiani, e che quello che occorresse fosse un consolidamento di una posizione riformista che bilanciasse l'alleato democristiano, la società veniva percorsa da un frémito di radicalismo. La pressione del '68 contribuì certamente a far fallire l'unificazione Psi-Psdi: molti del Psi pensarono che forse stavano sbagliando tutto, e che quello del '68 fosse un provvidenziale richiamo a non rinunciare ad una prospettiva più radicale e all'unità delle sinistre, mentre alcuni socialdemocratici ormai vedevano anche nei "capelloni" il pericolo del comunismo; le due componenti, anche per questo, oltre che per varie ragioni di bassa cucina politica, non trovarono un modus vivendi, e ripresero, entrambe più indebolite, la loro strada separata.

La Fgsi degli anni '70 è quindi ancora una volta l'espressione della velleità di essere "più a sinistra": non si tratta più di una prospettiva rivoluzionaria, evidentemente, ma perlomeno, alla Lombardi, dell'alternativa di sinistra al governo. Questo fece sì che, nella stagione che per il Pci fu della solidarietà nazionale e del "compromesso storico" con la Dc, si cercassero convergenze ardite con l'area di Autonomia e del "movimento del 77", rinfocolando la competizione con la "moderata" Fgci, ammiccando all'area più casinista del "movimento" con le proposte di liberalizzazione delle droghe leggere, e sottolineando il "garantismo" socialista di fronte alla "fermezza" comunista contro il terrorismo che si trasformava a volte in caccia alle streghe, fino a partecipare in qualche occasione a manifestazioni dello stesso "movimento", con le bandiere che recavano una falce e martello stilizzata, condividendo, dei coetanei del "77", almeno alcuni elementi pratici ed estetici, quali l'edonismo e lo spontaneismo (persino il consumismo, non più privilegio borghese ma rivendicazione "per tutti i proletari", fino all'invocazione provocatoria del "diritto al lusso"), di contro al rigore moralista del Pci.

Sicuramente, se, nel corso di tutti gli anni ‘80, un elemento forte nel convogliare l'adesione di molti giovani ad un Pci che pure vedeva scricchiolare da tutte le parti il suo edificio ideologico era l'avversione viscerale per il "brutale" pragmatismo di Bettino Craxi e la sua indifferenza alla pretesa di superiore moralità enunciata da Enrico Berlinguer, pure sin dagli anni '70 scegliere i socialisti per un giovane significava, simmetricamente, manifestare un antagonismo altrettanto viscerale per l'austerità berlingueriana, il suo anticonsumismo che sembrava voler fermare l'Italia alla televisione in bianco e nero, e la sua estenuante - e mai risolta una volta per tutte - mediazione/strappo con l'Urss.

Gli anni '80 segnano un'improvvisa rottura nel rapporto tra giovani e politica: nel luogo comune, dopo la sbornia dell'"impegno", inizia il "riflusso" e il "disimpegno", per poi arrivare alla "yuppismo" e al "rampantismo". Il luogo comune prevede anche una sentenza sul Psi degli anni '80 come espressione politica dell'ideologia del disimpegno e del cinismo che sarebbero distintivi del decennio. Come tutti i luoghi comuni, è falso, ma è stato prodotto con delle ragioni: queste consistono nel traumatico venir meno di ogni ipotesi di cambiamento rivoluzionario, per puro e semplice fallimento. Naturalmente tutta una letteratura non si è rassegnata a questo fallimento, invocando ora oscuri complotti mafiosi nella diffusione dell'eroina per stroncare così le energie rivoluzionarie del "proletariato giovanile", ora la brutalità della "repressione" che avrebbe visto coalizzati Stato borghese e Partito comunista nello spegnere le istanze antagoniste.

La verità è che il "movimento" aveva già in sé tutte le pulsioni autodistruttive che l'avrebbero poi estinto, con l'eccezione delle "riserve indiane" dei centri sociali occupati. Chi vide fallire definitivamente i sogni di palingenesi rivoluzionaria trovò nei riformisti il capro espiatorio su cui proiettare la propria paranoia. Il riformismo socialista degli anni 80 non fu affatto un tradimento degli ideali collettivi di progresso degli anni 70, ma semmai il tentativo di salvaguardare il valore dell'impegno e della responsabilità sociale in un clima mutato innanzitutto a livello di psicologia collettiva, prima ancora che si sentissero pienamente gli effetti delle trasformazioni incipienti della nuova economia post-industriale.

Questo richiedeva forme e modalità nuove e magari inedite per una forza della sinistra italiana, e, certamente, prevedeva anche di sfruttare il cambiamento dei tempi per arrivare ad una resa dei conti con il Pci, che Craxi sfidava, finalmente, in nome di una visione non più subalterna, e anzi fortemente orgogliosa della recuperata identità riformista...e questo non era certo un crimine.
I giovani socialisti degli anni ‘80 presero atto che un'agenda politica della sinistra italiana doveva per forza imperniarsi sulla modernizzazione del Paese: il termine yuppie significa semplicemente young urban professional, e non aveva, all'inizio, nessuna connotazione dispregiativa, ma meramente sociologica, descriveva la mutazione avvenuta proprio grazie alle battaglie sociali degli anni ‘60, per cui la generazione più altamente scolarizzata mai apparsa sulla scena del Paese, grazie alla sacrosanta scuola di massa e all'abbattimento delle barriere di censo e di classe nell'accesso all'università, poteva aspirare in grandi numeri ad un miglioramento dei suoi livelli di consumi e di autonomia individuale, lasciandosi definitivamente alle spalle i modi di vita austeri e francamente un po' deprimenti dei genitori e dei nonni contadini, operai, piccoli impiegati pubblici.
Non si vede perché quest'aspirazione diffusa alla modernità e al benessere, favorita da un ciclo positivo dell'economia, dalla fine dell'ansia per gli shock petroliferi e dall'arrivo della rivoluzione informática, non potesse essere interpretabile "da sinistra". Anzi, la ricerca di questa sintesi tra modernità e socialismo era quanto meno doverosa, di fronte all'esempio della Gran Bretagna, dove il partito laburista era stato sbattuto all'opposizione dall'aggressivo neo-conservatorismo della Thatcher, che si poneva come solo interprete dei bisogni dei nuovi ceti sociali urbani, lasciando alla sinistra soltanto gli sfortunati minatori (i giovani laburisti, infiltrati dalla corrente trozkista dei Militant, versavano nell'assoluta irrilevanza dell'estremismo).

Nel socialismo italiano di quegli anni, quindi, non ci fu nessuna resa alle idee della signora Thatcher (di cui inoltre proprio Craxi come primo ministro fu uno dei più fieri avversari in sede europea), ma semmai la ricerca lucida di un'alternativa al liberismo e al darwinismo sociale rampanti, che fosse adatta ai tempi e parlasse ai nuovi ceti, ai figli scolarizzati della società del benessere che non erano degli alieni o dei traditori di classe, ma i figli legittimi di un secolo di lotte operaie per il welfare e l'emancipazione che da qualche parte avevano pur portato!
E se il modo di vita yuppie prevedeva la fine del familismo cattolico e la completa autonomia negli stili di vita del giovane - o della giovane - "urbana" (ancora una connessione con il ‘68 e il ‘77, con la liberazione sessuale e l'emancipazione delle ragazze), ancora, cosa c'era di sbagliato, per una forza di sinistra che rivendicava orgogliosamente di discendere dalle campagne per il divorzio, l'interruzione di gravidanza, e anche, perché no, dalle minigonne e dal rock (moralismi stalinisti permettendo o meno)?

Questi i percorsi culturali che portarono nel corso degli anni 80 alla crescita significativa del voto giovanile a favore del Psi, percorsi tutt'altro che biasimevoli. Il limite del Partito socialista di quegli anni fu semmai di non essersi saputo dare una organizzazione, una prassi politica e una cultura interna all'altezza delle aumentate responsabilità verso il Paese e in grado di sfruttare decentemente la crescita di potere e influenza.
Praticamente privo, in quanto partito piccolo e sottoposto ad innumerevoli scissioni e diaspore, di una scuola quadri e di meccanismi stabili di selezione dei gruppi dirigenti, praticamente il Psi si affidava per il reclutamento al bacino degli amministratori (il "partito degli assessori", per sua natura totalmente autoreferenziale e portato a sostituire la politica "alta" e rischiosa del dialogo con le forze sociali con quella "bassa" delle piccole clientele elettorali facilmente controllabili), rinforzato da qualche sindacalista.
Il "dispotismo illuminato" craxiano inseriva poi qua e là alcuni intellettuali meritevoli, senza che il corpo del partito ne fosse toccato più di tanto. Il risultato era un partito assolutamente inadeguato ai suoi compiti nel suo materiale umano.

La Federazione giovanile socialista avrebbe potuto svolgere un ruolo significativo in questo senso, contribuendo a costruire un partito che riuscisse a parlare fuori dal solito bacino di clientele ed iscritti che non riusciva a crescere oltre il tetto del 12/14%, e che fosse anche un canale di aggregazione per quadri selezionati (con una inconfessata e inconfessabile invidia per il modello del Pci, che coltivava quasi "in serra" i suoi dirigenti migliori), liberandoli dalla necessità di sopravvivere alla massacrante competizione locale per le preferenze, che favoriva (e favorisce tuttora) più spesso i più duri che i migliori.
E questo il Psi cercò di fare, in effetti, ma troppo poco e troppo tardi: la Federazione giovanile aveva il vizio di origine di essere lombardiana e movimentista, e nessuno nel Psi craxiano voleva sentir parlare di un congresso giovanile che poteva disturbare la nuova immagine del partito, quindi l'organizzazione giovanile, rinominata Fgs, venne affidata ad alcuni funzionari e praticamente dispersa (un gruppo di giovani militanti che chiedeva il congresso giovanile e l'elezione di un nuovo segretario venne apostrofato da Martelli: "il segretario della Fgs è Bettino Craxi").

Le cose cambiarono solo nel 1986, per l'effetto concomitante di due ragioni, una esterna e una interna: quella interna era che finalmente nel Psi, dopo tante teorizzazioni sul "partito leggero", ci si era convinti che una forza che aspirasse a superare il 15% doveva darsi strutture da partito di massa, quella esterna era che il segretario del Pci Natta aveva riorganizzato con energia la Fgci, e quest'ultima aveva addirittura lanciato un'imbarazzante provocazione chiedendo di aderire come membro consultivo alla Iusy, pur mantenendo la sua presenza nella Fmgd comunista, richiesta accolta dai giovani socialisti europei anche per l'evanescenza organizzativa della Fgs.
Nel 1988, con un inconsapevole riflesso morandiano, la Fgs tornava al nome di Movimento giovanile quasi per rassicurare il partito della propria affidabilità, e teneva a Ravenna un congresso che eleggeva segretario Michele Svidercoschi, a dieci anni di distanza dall'ultimo segretario eletto, Enrico Boselli.

La storia del Mgs tra il 1988 e il 1992 è una pagina minore di storia della sinistra italiana, ma dignitosa: l'idea era che il Psi del "sorpasso a sinistra" e dell'"Unità Socialista" avesse bisogno di un radicamento sociale diverso, e che i giovani socialisti, come anche le donne socialiste, i circoli culturali, le componenti sindacali e associative potessero essere queste nuove radici di un partito più grande e ambizioso.
Gli iscritti crebbero fino a 30mila, e nel 1991 l'ex-Fgci, allora "Comitato promotore per la sinistra giovanile", chiedeva l'adesione alla Iusy non più in competizione con i colleghi socialisti, ma nell'ambito di un accordo politico tra le due organizzazioni giovanili che ebbe poi a livello italiano la ripercussione della creazione, sotto l'ombrello della CGIL, di "Tempi Moderni", un'associazione giovanile del sindacato che aveva lo scopo dichiarato di "abituare" giovani quadri socialisti e diessini a convivere sotto lo stesso tetto: la prospettiva era quella della fine dello scontro a sinistra e l'unita' riformista. Tangentopoli seppellì sotto le sue macerie, con molte cose più grandi, anche questo disegno: l'anziano Giolitti, nel 1993, dichiarava a La Repubblica che era bene che i giovani non si iscrivessero al Psi.

Il segretario del Psi Ottaviano Del Turco diede l'incarico all'allora vicepresidente della Iusy e responsabile delle campagne di politica internazionale del Mgs, Luca Cefisi, di svolgere lo scomodo ruolo di coordinatore nazionale in una situazione d'emergenza: quadri e dirigenti, scioccati, abbandonavano infatti la militanza politica, oppure passavano, a seconda delle personali inclinazioni, a Forza Italia o ai Ds (in particolare, un esame della provenienza dei quadri locali dei Ds di oggi rivelerebbe una percentuale davvero sorprendente di ex-iscritti del Mgs degli anni ‘80); qualcuno, infine, rivendicava una nevrotica fedeltà personale a Craxi per giustificare l'abbandono del Psi, un pretesto un po' contorto ma buono come un altro per togliersi da una situazione ormai poco redditizia sul piano della carriera.

Nel 1994 la Fgs, riprendendo il nome storico e ricostituendo un gruppo dirigente più giovane, sopravviveva allo scioglimento del Psi federandosi ai Socialisti Italiani e poi allo Sdi, mantenendo la sua continuità organizzativa, ininterrotta sino ad oggi.

Pochi mesi prima della scioglimento del PSI e della contestuale nascita dei Socialisti italiani, in una sezione di Roma nel quartiere Tuscolano, giovani provenienti da alcune redivive federazioni locali (in particolare si ricordano quelle di Roma, Milano, Venezia, Siena e Napoli) davano vita ad un abbozzo di struttura nazionale con un direttivo ed un esecutivo.
Bisognerà attendere l’ottobre del 1994 perché la FGS celebri il suo congresso nazionale. Il 1° congresso si tiene a Grottaferrata, nelle vicinanze di Roma, il 18-19-20 ottobre 1996 e il napoletano, Marco di Lello, ne diviene segretario nazionale con il milanese Claudio Carotti, vice segretario. La Federazione dei Giovani socialisti, rimane affiliata alla IUSY (International Union of Socialist Youth) ed alla ECOSY (European Community Organisation of Socialist Youth) e ha in Davide de Bella il suo rappresentante nei bureau delle due organizzazioni. Nei primi anni di vita i giovani socialisti si occupano particolarmente di nuovi lavori, della difesa della scuola pubblica e lanciano una campagna tematica che poi vinceranno sul tema della abolizione della leva obbligatoria dal titolo: “Leva la Leva”.

Il ’99 è l’anno nel quale si costituisce lo SDI e anche la FGS è impegnata nell’unificare le diverse organizzazioni della galassia giovanile Socialista e socialdemocratica. In contemporanea alla nascita dello SDI, nella stessa sede di Fiuggi, la FGS, i giovani socialisti del PS di Intini, i giovani laburisti e i giovani socialdemocratici di Schietroma danno vita alla nuova FGS ma in un congresso costituente al dir poco burrascoso non riescono ad eleggere il loro Segretario nazionale in sostituzione del Segretario Vicario, Marco Di Lello.
Solo un mese più tardi, in occasione della prima riunione dell’Assemblea nazionale viene eletto Segretario il romano, Claudio Accogli, già responsabile organizzazione nazionale della FGS. Negli anni della segreteria Accogli i temi del lavoro e della scuola pubblica rimangono centrali ma se ne aggiungono due altrettanto importanti: l’adesione ai movimenti di critica alla globalizzazione ed il tema della liberalizzazione delle droghe leggere.

Nel 2000 a Genova si celebra il congresso dello SDI che lancia il progetto della “Casa dei riformisti”, abbozzo di quella che sarà l’alleanza elettorale e politica di Uniti nell’Ulivo. Nel settembre del 2003, a cento anni esatti dalla fondazione della FGS, si celebra il congresso nazionale che elegge segretario nazionale, Gianluca Quadrana, già vice responsabile organizzazione dello SDI e responsabile organizzazione della FGS. La mattina del 28 settembre, Il segretario nazionale dello SDI, Enrico Boselli, accompagnato dal vice segretario nazionale Roberto Villetti, saluta i congressisti augurando maggiore fortuna alla FGS che non poté contare sulla meritata eco mediatica a seguito di un Black out che colpì nella notte l’intero territorio nazionale. Mai parole furono più azzeccate. Infatti il nuovo gruppo dirigente con Francesco Mosca, vice segretario nazionale e Federico Parea, Presidente dell’Assemblea, saprà vincere la sfida della fortuna avversa e lanciare una splendida stagione politica.

Le federazioni locali si moltiplicano, le campagne tematiche riempiono le cronache nazionali e locali dei giornali, in ogni angolo del Bel Paese esisteva una struttura organizzata della FGS che raccoglie firme su proposte di legge dei parlamentari socialisti, organizza manifestazioni pubbliche a sostegno delle politiche dei giovani socialisti. La nuova segreteria punta da subito sull’equiparazione tra diritti sociali (nuovo statuto dei nuovi lavori, nuovo welfare e scuola pubblica) e diritti civili (diritti degli omosessuali, legalizzazione delle droghe leggere e PACS). Non meno importanti e centrali sono i temi della lotta alla tratta delle donne con la campagna “Non in vendita”, al mobbing domestico con l’approvazione anche in Italia di una legge di tutela delle donne sul modello spagnolo del governo Zapatero, per l’istituzione degli “Stati Uniti d’Europa” e di un “Esercito Europeo”. E’ solo il prologo alla nascita del progetto della Rosa nel Pugno, che è, senza falsa modestia, un’invenzione della FGS che è la prima organizzazione politica nazionale ad aderire alla campagna di raccolta firme per il referendum popolare sulla procreazione assistita, lanciata nel silenzio della grande stampa dai radicali di Capezzone e Pannella.

Quella campagna è il terreno di incontro tra socialisti e radicali e porta nel 2006 a Fiuggi alla nascita della RNP di cui la FGS è cofondatrice, insieme a SDI, radicali Italiani e Associazione Luca Coscioni. Sono quelli mesi di grande attivismo politico ed organizzativo che vedono il gruppo dirigente nazionale e quelli locali protagonisti di un progetto che finalmente assomiglia a quell’idea agognata di movimento politico autonomo che fosse insieme socialista, laico, liberale e radicale.
Purtroppo quando si celebra il nuovo congresso nazionale l’8 e il 9 luglio del 2006 già si possono udire i primi scricchiolii del progetto della RNP, ma ciò non di meno la FGS è viva e sempre più forte e matura. In quella occasione vengono eletti Segretario nazionale il laziale, Francesco Mosca, già vicesegretario dell’uscente Gianluca Quadrana, nel frattempo eletto consigliere comunale a Roma, il vice segretario Luigi Iorio e la Presidentessa dell’Assemblea nazionale, Silvia Taverna.

La segreteria Mosca è caratterizzata dalla continuità con gli anni precedenti segnati da grande attivismo politico ed organizzativo e da due nuove nascite: la FGS Rosa, organizzazione delle giovani donne socialiste, presieduta da Tiziana Medici e la Rosaarcobaleno, organizzazione LGBT aderente alla Rainbow Rose dei giovani socialisti europei, presieduta da Luca Liguoro. Il 4-5-6 luglio 2008 la FGS aderisce all'esperienza della Costituente Socialista conclusasi con il I Congresso del Partito Socialista.

Nell'ottobre del 2008 la direzione nazionale dei giovani socialisti decide di celebrare il proprio congresso il 31 gennaio e 1 febbraio 2009 a Salerno dove può contare sulla forza organizzativa di quella che sicuramente è la federazione locale più forte d’Italia, presieduta dal neo assessore Enzo Maraio. Il congresso si celebra su un’unica mozione e porta all’elezione di Luigi Iorio, foggiano, alla carica di Segretario nazionale, e Vincenzo Iacovissi, consigliere al Comune di Frosinone, alla carica di vice-segretario nazionale.

Dopo l'approvazione del nuovo statuto, la FGS è ora federata al Partito Socialista.